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Sarditudine Sorellanza di pensieri
2 luglio 2004
La Mamoiada di Ligios: segni, simboli, vita e morte
Sono divenuta preda. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei volte, forse anche di più.

 

Sono divenuta preda del cappio, dell’uomo, della Terra. Quella madre Terra che continua instancabile e imperterrita a chiamarci, a farci suoi. È sempre Lei che con la sua forza atavica, si appropria del nostro corpo, della nostra anima, del nostro respiro.


Sono preda. E sono animale, sono donna e sono terra. Una pesante fune di giunco mi ha circondato e stretto in una morsa dolorosa e piacevole allo stesso tempo. Una fune che desideravo e che temevo.

 

Una fune detta sa soca, che improvvisamente ti cinge e ti trascina al centro di tutto.

Chi non ha mai visto la mitica processione dei mamuthones e issocadòres mamoiadini rischia di non apprendere il senso vero della nostra anima, del permanere su questa Terra, del mistero che avvolge l’esistenza.


È con questa consapevolezza che sabato sera abbiamo assistito all’esibizione dei mamuthones e issocadòres di Mamoiada nello spazio comunale dell’Ex vetreria di Pirri.

Una breve ma intensa esibizione che ha aperto ufficialmente la mostra fotografica di Salvatore Ligios intitolata appunto “Mamoiada 2004”, in esposizione all’Ex vetreria sino al 30 novembre.

Da questo reportage fotografico la cooperativa Viseras di Mamoiada ha tratto un calendario che contiene le immagini più significative del lavoro del noto fotografo di Villanova Monteleone, realizzato a Mamoiada nell’arco del 2003.

Favolose immagini che ritraggono segni, simboli, vita, e il loro avvicendarsi in contesti diversi e opposti. Tanti segni di una civiltà pastorale che s’incontrano e si scontrano con i segni della civiltà moderna: pecore al pascolo, giochi di bambini, mastruche rovesciate, fuochi sacri, vestizioni.

Un turbinio di momenti, di attimi, di istanti resi infiniti da uno scatto.

Un giovane ragazzo viene ritratto con indosso la mastruca e i campanacci da mamuthone, non porta la tipica maschera, ha il viso scoperto. Ha le sopraciglia curate e un particolare taglio di capelli, una sorta di piccola cresta, quasi un punk. Il segno di una volontà anticonformista, forte, estrema, che ha necessità di affermarsi all’interno del “villaggio locale” affinché possa sentirsi parte di quel distante “villaggio globale”.

Ha poi sulle spalle quel pesante “carico” di campanacci e quella mastruca rovesciata che simboleggia probabilmente il bue, animale sacro e degno di venerazione e per il suo lavoro e per essere, esso stesso, nutrimento vitale.

Un’immagine che genera tante e diverse suggestioni: il “carico” non è altro che terra, la nostra Terra, che a momenti appare come un fardello, un peso. Un peso per la nostra vita attuale, un ostacolo per il nostro costante ma sopito senso di riscatto verso l’asprezza e la durezza delle nostre esistenze.

Lo sguardo, gli occhi di questo ragazzo rivelano anche un’altra realtà. Una realtà che tocca il nostro profondo con tutta la forza e la potenza dei segni, sos sinnos: la Terra non è peso, non è fardello, sembra dirci, ma è parte di noi stessi, è intrinseca al nostro corpo. La portiamo sulle nostre spalle e ne comunichiamo la sua grandezza attraverso il suono assordante dei pitiolos. Sono occhi che parlano: porto la cresta e la mastruca, la modernità e la tradizione. Non c’è contraddizione: sono ciò che vedi e ciò che è stato già visto. Sono il corso eterno dell’inverno cupo e freddo che muore a cui segue la luce e la fecondità della primavera.

Non puoi sfuggire alla tua Terra, sos sinnos ti inseguono, ti braccano, sempre e solo per il tuo bene. Ti svelano la tua identità, l’essenza del tuo corpo e del tuo spirito. E sa soca, quella fune di giunco, un tempo di cuoio pesante, diventa cappio, catena, legame ancestrale tra Te e la tua Terra.

Una Terra che si fa amante, che non puoi tradire, che ami e che odi, che desideri e che respingi con pari passione.

Un paese, Mamoiada, e un fotografo che raccontano con incanto temi universali: la vecchiaia e la giovinezza, il maschio e la femmina, la vita e la morte.

Queste e tante altre le suggestioni della mostra “Mamoiada 2004”. Un percorso dell’anima e del mistero della vita raccontato con maestria dall’obiettivo di Salvatore Ligios, il quale, ancora una volta, è riuscito ad imprimere sul negativo la molteplicità e la complessità del nostro essere sardi.


 




permalink | inviato da il 2/7/2004 alle 11:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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